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DIMENSIONE HARD |
PORNO RACCONTI DI LESBICHE - STORIE PORNO DI DONNE CHE VOGLIONO DONNE - VERE STORIE DI DONNE LESBICHE - RACCONTI EROTICI LESBO
Inserire il tuo racconto
IL MASSAGGIO SORPRENDENTE
La fantasia di un massaggio molto sensuale è tra le piu' ricorrenti, forse perchè si tratta di un momento molto intimo ed altamente erotico, vorrei quindi descrivervi quel momento in cui lei si era recata dal fisioterapista.
Fino a quel giorno il massaggiatore era sempre stato un uomo, per cui quando le si era presentata davanti quella donna era un po' imbarazzata: non aveva mai associato quell'attività con una donna (ne sarebbe stata capace, ne aveva la forza?), e comunque non era abituata all'idea.
Decise comunque di non farne un problema, e non ci pensa più.
Dopo mezz'ora di massaggio iniziava a sentirsi veramente sciolta.
Questa signora era proprio brava, non dimostrava più di 35 anni.
Non so come, iniziava a pensarla nuda, con tutti i muscoli tesi nel massaggio delle spalle e delle cosce, e l'immagine la faceva turbare non poco.
Non poteva crederci!
Non aveva mai pensato prima ad un'altra donna in quel senso!
Forse era la situazione, mia moglie nuda sul lettino, lei vestita solo di un grembiulino.
Apri un po' le cosce, per cercare un po' di refrigerio.
Lei si accorge del piccolo movimento, dato che immediatamente comincia a massaggiarle le gambe.
Stava tentando di non pensarci, ma era in ansia, e quindi aveva i muscoli un po' tesi.
Dopo un altro po' di massaggio su e giù lungo le cosce, passa all'interno.
Lei le sposta un po' per facilitarla, e lei continua decisa.
Improvvisamente, come per sbaglio, sente un piccolo tocco sulla figa, poi non accadde più, comincia a chiedersi se l'avesse fatto sul serio, o si fossi sognata.
Dopo qualche minuto, di nuovo! Evidentemente nella foga le sfuggivano le mani pensa.
Ma ormai VUOLE che lei lo faccia !
Così allarghi le gambe vistosamente: puo' sempre dire che lo fa per facilitarla.
Ha un po' paura nel farlo, perché pensa che non sapesse bene cosa stesse facendo.
Non appena apre le gambe del tutto, lei metti le mani direttamente sulla figa e comincia ad accarezzarla.
E' ormai bagnata fradicia ed emette dei gemiti di piacere.
Si gira sulla schiena, con le gambe spalancate sul lettino, e le ci sali sopra, baciandola sulla bocca mentre con la mano continuia la sua carezza.
E' così eccitata da questa cosa nuova, proibita, con questa donna così dolce e sensuale!
Le sbottona il grembiule, e scopre che sotto non porta il reggiseno, nulla!
Comincia a leccarle le tette e succhiare i capezzoli come una matta!
La mia signora ha delle belle tette morbide, lisce!. Si toglie il grembiule e le infila le mani nelle mutandine.
Appena ti tocca la figa, il clitoride, cominci a mugolare forte, vi state baciando con la lingua, e vi state accarezzando la figa l'un l'altra: fantastico!
La fai distendere e metti il viso sopra la sua figa, la lecchi facendo dei piccoli cerchi attorno al clitoride.
Le prendi la testa con le mani, e la spingi contro il tuo pube.
E' in estasi, sai perfettamente cosa devi fare.
Non è mai stata leccata così bene!
Dopo essere venuta, vi scambiate le posizioni, e ti lecca come avevi fatto tu con lei.
E' la cosa più bella del mondo.
Hai un sapore così buono, e quando stai per venire ti prende la testa con le cosce ed inizia a pompare con i fianchi: sei caldissima!
Anche se con me ha dei rapporti sessuali fantastici, ma questa avventura sarebbe bellissima, Lei è stata massaggiata altre volte, ma sicuramente non rimarrebbe così turbata.
UN INCONTRO CASUALE
Un incontro casuale il nostro. Tutto merito dell'annuncio sul quel settimanale un po' sfigato. "Pronto? Potrei parlare con Silvia, sono Lara"
"Sono io"
"Ciao, chiamo per la casa"
"Ah! Hai letto l'annuncio. Sei la prima che telefona"
"Per fortuna sono ancora in tempo. Sai, sono nuova di questa città e sto cercando un posto dove stare. Quando ho letto il tuo annuncio ho pensato ecco l'occasione ideale: divido l'affitto, non vivo sola e posso andare a piedi al lavoro."
"Lavori qui intorno?"
"Si, nell'agenzia pubblicitaria lungo la strada. Mi occupo di grafica"
"Ok", rispondo io, "allora conosci il pub all'angolo. Possiamo incontrarci lì se ti va così ne parliamo".
Appena ti ho vista ho avuto una strana sensazione, come prendere un colpo di pistola in pieno petto. Sono rimasta senza fiato. Non avrei mai immaginato di veder arrivare una ragazza come te. Con i capelli arrotolati in una matita, le tavole da disegno sotto il braccio e quell'aria un po' triste sul viso, quella che hanno sempre gli artisti incompresi.
Non è passato molto tempo da quel giorno a quando ti sei trasferita, e con mia grande sorpresa non ti sei fatta alcun problema quando, prima che tu prendessi una decisione definitiva, mi era sembrato giusto dirti che ero lesbica e che se preferivi potevi anche decidere di non trasferirti più, giurandoti che non mi sarei offesa e che avrei capito le tue ragioni. Invece mi hai stupito rispondendomi "E allora? A me non crea nessun problema, spero sia lo stesso per te."
In quel momento esatto ho realizzato di essere innamorata di te. Un colpo di fulmine, ecco cos'era quella strana sensazione che ho provato quando ti vista arrivare.
Abbiamo iniziato la nostra convivenza, senza bisogno di abituarci o adattarci l'una all'altra; eravamo in sintonia, non c'era bisogno di stare a spiegare le cose, ci si capiva al volo. Una specie di sesto senso, credo. Entrambe pazze per la musica, e allora giù a concerti, almeno uno a settimana, macinando chilometri con la macchina; poi ci scambiavamo tutto, anche i vestiti, tu mi hai insegnato a dipingere ed io a suonare la chitarra. Era bellissimo quando mi chiedevi di suonare, mentre dipingevi. Soprattutto perché potevo cantare le mie canzoni scritte solo per te.
"Ehi, prima o poi mi dirai chi è la persona tanto fortunata che popola i tuoi pensieri!"
"Una storia passata, nulla d'importante"
"Passata? Dall'intensità che ci metti sembra sia passata solo a lei!"
"Si, prendimi in giro che è meglio".
E' trascorso quasi un anno e se non fosse per il fatto che da un po' stai con un ragazzo, sarebbe stato fantastico. Una persona simpatica, per carità, ma tu meritavi di meglio. Per questo quando vi siete lasciati ho tirato un respiro, perché, forse, quel qualcosa di meglio potevo essere io. E non ce la facevo più a tenermi tutto dentro, volevo stare con te, abbracciarti di notte, toccarti e sentirti godere. Quante notti ho passato a rigirarmi nel letto sentendovi nella stanza vicino alla mia. E allora uscivo, bevevo per calmare la rabbia, il dolore.
Mi hai sempre fatto tanto male. Era terribile sentire il suo odore su di te. Non conto più le volte in cui mi hanno detto "lasciala perdere, quella è una non ci starà mai". Ma come potevo fare a meno delle nostre notti passate a parlare di tutto e di niente, dei casini combinati in cucina, delle lunghe passeggiate in montagna durante le quali, da buon geologo, cercavo di spiegarti qualcosa e tu giù a sbuffare "che palle, ma come fanno ad interessarti certe cose!". Di tutte le volte che ti ho consolata e stretta tra le mie braccia, di tutte le volte che avevo bisogno di baciarti e non ho mai trovato il coraggio di farlo. Ed è proprio per questo che ho deciso di dirti tutto. Perché ormai sta diventando evidente. Perché tu sei diventata inevitabile. E perché se non lo faccio divento pazza a pensarti e basta.
"Ti vedo un po' nervosa Silvia, cos'hai?. Mi stai ascoltando o pensi ad altro?"
"Lara......ti amo..............ti amo da sempre, e così tanto da rischiare il nostro rapporto pur di dirtelo. Non ce la faccio più a tenermi tutto dentro, scusami, io non volevo ma è successo".
"Scusarti? Di che?".
"Di aver frainteso tutto, tu mi consideri un'amica ed, invece, io passo ogni minuto a pensarti con me nel mio letto". "L'amore è una cosa che non puoi decidere, quando arriva non puoi farci niente. E se sono io la persona che ami non è colpa di nessuno, è semplicemente successo".
"Vedi ti amo anche per questo. Per la sincerità disarmante con cui mi sorprendi ogni volta. Io pensavo che ti saresti arrabbiata, che ti saresti sentita tradita, che non ti avrei rivista più nella nostra casa, e non avremmo più parlato, scherzato, mi saresti mancata orribilmente, invece,....".
"Invece niente. Vieni qui, abbracciami e non preoccuparti, non ci penso nemmeno ad andare via. Io non ti lascio".
Ricordo ancora il calore di quell'abbraccio e quando ho freddo nel cuore ci penso sempre. Ci penso anche quando mi manchi tanto, così tanto che non riesco a respirare.
Il fatto che ormai sapevi che ti amavo, non ha cambiato una virgola nel nostro rapporto. Continuavamo di andare avanti, come sempre, io cercando di pensare ad altro e tu cercando di gestire la tua vita in maniera da non farmi soffrire troppo.
La festa per il mio compleanno l'hai organizzata tu, con un sacco di amici, bella musica, ma come al solito non riuscivo a distrarmi, a scollarti gli occhi di dosso, tra tutti quei ragazzi che ti giravano intorno e quel vestito che immaginavo di sfilarti al buio di una stanza, ogni volta diversa, della casa, mentre gli invitati continuavano a bere e divertirsi. "E' arrivato il momento del mio regalo per te", hai detto quando tutti se ne sono andati.
"Ma scusa, non me lo hai già dato? Hai partecipato anche tu con loro, no?"
"Si certo, ma quello era il regalo di tutti. Ora voglio darti il mio. Quello vero voglio dire. Ero indecisa fino all'ultimo se dartelo o no, e non so ancora se faccio bene o farei meglio a farne a meno. Però ora non mi importa delle conseguenze, di quello che potrebbe succedere. Voglio farlo e basta"
"Ehi, mi stai mettendo una curiosità incredibile addosso, allora cos'è!"
Ti sei avvicinata inesorabilmente al mio viso. Non posso scordare quel momento, io ero appoggiata sulla parte posteriore del divano in sala e tu eri in piedi di fronte a me. Hai preso le mie mani ed abbiamo intrecciato le dita, non capivo più niente il cervello stava per esplodere e tu eri sempre più vicina. Le nostre labbra si sono appena toccate.
"Ecco, il mio regalo per te." Mi hai sussurrato.
Allora non stavo sognando, Lara mi aveva appena baciata. Dio, avevo toccato le sue labbra.
"Io ..non....lo rifaresti nuovo?".
"Solo per te".
Questa volta è durato di più. Hai cercato la mia lingua. Come sono morbide le tue labbra, non smetterei mai, ti bacerei ancora e ancora e ancora.
"Dimmi di smettere, altrimenti perdo il controllo e non rispondo più di me stessa" ti ho detto, quando le mie mani avrebbero voluto sentire la tua pelle.
"Non c'è tempo, ti ricordi? Devo partire"
"Partire.......già è vero. Ma per quanto starai fuori?"
"Due settimane. E comunque ho bisogno di tempo per andare fino in fondo. Mi capisci?"
"Certo. Ti do tutto il tempo che vuoi. Ti amo, non lo scordare"
"Non lo scordo tranquilla".
Due settimane. Avrei preferito non saperlo. E che faccio due settimane senza vederti? Ok, con calma, del resto sono già passati due giorni. Oddio, solo due giorni, cazzo!
Potrei descrivere questo periodo come il più lungo della mia vita. Ho faticato ogni mattina per andare al lavoro, ed una volta arrivata, me ne stavo incollata al computer pensando a Lara, fotografando ogni immagine, da quando l'ho conosciuta a quando è partita, mettendole insieme come in un cortometraggio da vedere e rivedere ancora. Mi faceva sentire bene, mi faceva sentire meno sola. Però a pensarti tanto mi venivano tanti dubbi. E se fossi tornata cambiata e pentita? E……, se non fossi tornata affatto?
DRIIINNN!!!!
"Hallo, how are you darling?"
"Ciao amore mio, mi sei mancata da morire".
Sorridi, mi abbracci. Provo una sensazione di sollievo, riesco di nuovo a respirare.
Abbiamo parlato tanto quella notte. Volevi del tempo, per capire, per conoscere. Mi hai chiesto perfino "ma come fanno l'amore due donne?", ed allora ho sorriso per la tua innocenza e per ciò che immaginavi in quella testolina da artista. Ed io di tempo te ne ho dato. Tanto. E più te ne davo e più me ne chiedevi. Ma con la convinzione di fare la cosa giusta ho continuato ad assecondarti. Aspettando. Con una lucidità e forza che non pensavo di avere. Ma ho sbagliato. Ho sbagliato credendo di riuscire a controllare il mio amore con la ragione. Mi dicevo, devi essere lucida, devi sempre pensare. Invece non è servito a niente. Sono bastate duo o tre birre in quel pub. Una sera. Esasperata ed esausta, tornando verso casa ti ho detto:
"Sai cosa vuol dire desiderare qualcuno e non poterlo avere?"
"Che vorresti dire?"
"Niente, solo quello che ho detto."
"Invece ti riferisci a noi due vero? Al fatto che continuo a chiederti tempo, senza dare niente in cambio"
"Lascia perdere. Non mi va di parlare di questo. E non fare caso a quello che dico sono completamente andata!"
"Non lascio perdere un bel niente. Lo so cosa pensi di me. Che sono una stronza, una di quelle eternamente indecise da cui è meglio stare alla larga"
"Ti ho detto lascia perdere"
"No, non voglio passare per la strega cattiva. Cosa credi che sia una decisione tanto facile da prendere a 25 anni? Si, un giorno ti svegli e scopri di provare qualcosa per la tua amica......, ma porca troia non capisci? Che cazzo vuol dire amare te, amare una donna, che vuoi che ne sappia di come si fa ad andare al letto con una donna. Lo capisci che non riesco a trovare ......"
"Vuol dire volerti a tutti i costi. Desiderare di sentire il tuo odore su di me, sulle mie mani e sul cuscino la mattina. Vuol dire pensare a te ogni minuto. Vuol dire avere voglia di piangere a non vederti con me. Vuol dire stare male. Io non ce la faccio proprio più. Se non ti scopo impazzisco" Non mi hai risposto. Forse ho esagerato. Scusami Lara, non volevo, sono soltanto un po' nervosa, poi mi passa. E che questa situazione mi confonde la mente, non riesco a pensare a nient'altro che non sia tu, mi fai stare tanto male e chissà se te ne accorgi. Chissà se ti accorgi che quando litighiamo divento nervosa, che quando non ti vedo per un po' mi vengono le smanie. Però adesso parlami, non ignorarmi così, come stai facendo. Tu sei per me la gioia ed il dolore. Tanto mi dai e tanto mi togli. Ma non ho più scampo, non posso più scegliere. Solo tu.
Chiuse nel nostro silenzio, camminando una davanti all'altra senza guardarci, siamo arrivate a casa.
"Hai tu le chiavi?"
"Si, apro io".
Ho sbattuto la porta e in un attimo ci siamo ritrovate di fronte, tu appoggiata al muro ed io appoggiata a te. "Scusami, ho esagerato. Tu però dammi una tregua, cerca di venirmi incontro, mi stai facendo impazzire"
"Non so cosa devo fare "
"Non lo so neanch'io. Ma se è la paura la sola cosa che ti trattiene , dimmelo adesso, e fammi provare a mandarla via. Fammi provare a farla sparire insieme a tutti quei pensieri che ti confondono la mente. Quella che ti chiedo è solo una possibilità. Fammi provare"
"In che modo. Come pensi di riuscirci?"
"Con l'amore che ho per te"
"Allora comincia subito. Fai sparire questa terribile voglia di piangere che soffoca il mio respiro. Fammi scordare tutto".
Come faccio a dirti di no se me lo chiedi con quella voce quasi sussurrata nell'orecchio, mentre il tuo respiro percorre la mia schiena come un brivido. E allora ti bacio piano, dolcemente, dappertutto.....sulla bocca, sul collo, dietro le orecchie e sulle spalle, mentre le mie mani ti accarezzano la schiena, le gambe. Le nostre lingue giocano e le mie mani asciugano le lacrime che di tanto in tanto scivolano giù dai tuoi bellissimi occhi chiusi.
"Non ti fermare ti prego", e allora lentamente ti tolgo la camicia ed il reggiseno.
"Sei splendida. Quanto ho desiderato tutto questo. Ti amo, ti amo, ti amo..." ed ogni volta che te lo dico ti bacio, così che tu non lo possa mai scordare.
Ti piace quello che faccio e me ne accorgo. Stringo i tuoi seni tra le mani ed inizi a gemere. Ti bacio di nuovo. Ti bacio la schiena, ed il seno. Ti sbottono i jeans, poi, con calma, senza fretta. Voglio darti il tempo di capire, di ricordare. Anche questa volta.
Mi diverto con le tue mutandine, le sposto, le abbasso e le riaggiusto, sfiorandoti la pelle, che sento fremere sotto le mani.
Via anche le mutandine. E sento il tuo odore forte ed irresistibile che mi ubriaca, stordisce ,confonde, ed eccita ancora di più.
Ora sei tutta nuda, col fiato corto. Sei così bella che mi viene voglia di baciarti di nuovo e poi...poi mi fermo a guardarti. Sono in ginocchio, davanti a te. I miei occhi studiano ogni particolare di quel posto che faccio fatica a non toccare, con le tue mani tra i miei capelli. Mi avvicino e soffio un po' del mio respiro tra le tue gambe.
"Ah, ah, non ti muovere da lì, continua, ti prego"
"No, voglio portarti in camera, sul mio letto".
Mi hai spogliata tu, velocemente con avidità e fretta.
Siamo distese adesso, e sto disegnando i contorni del tuo corpo con la lingua. Ti faccio aprire le gambe. Riesco a sentire il tuo odore, e quando sono sulla parte di te che conosco di meno, sento anche il tuo sapore. Sai di buono. E allora ti assaporo, ti gusto, ti mangio, ti mordo. Piano. Lentamente. Fino a farti venire. Posso sentire il tuo respiro affannoso, anche quando mi faccio più vicina per baciarti ancora. "Passerei la vita a fare questo per te".
Ci siamo addormentate, vicine, in pace. La paura ed il dolore sono solo un ricordo .
ESPERIENZA LESBICA
….quello che ho vissuto con Feliciana mi ha aperto nuovi orizzonti, ma che dico aperti, me li ha divaricati! Non è mai stato un mistero per me l’attrazione, io sono una virtuosa del corteggiamento, posso permettermi di sedurre chiunque voglia o quasi, con il corpo gagliardo che mi ritrovo. Mi piace camminare per Milano sentendo gli sguardi di uomini e donne che mi desiderano e mi pretendono, e questo autocompiacimento lo immagazzino dentro di me, rinfocola la mia voglia, ricarica il mio desiderio, una forma di feedback che mi fa restare sempre accesa. Non mi vesto mai in modo indecente o vistoso, neanche d’estate amo scoprirmi troppo; l’idea di non portare la biancheria mi fa ridere, è pietosa, non rinuncerei mai, io che sono carioca, a ripartire l’equatore del mio culo con un tanga che lascio indovinare, da sotto gli abiti, agli intenditori. I miei fianchi sono prepotenti, arroganti, e vengono scusati solo dal mio metro e ottanta di incontrovertibile femminilità italo-brasiliana, che fa girare chiunque per strada. Io sono Rio, mi dice sempre Valentim, quando mi sdraio bocconi divento Rio, il mio culo granitico e superbo è il Pan-di-Zucchero, la mia schiena dorata e arcuata è sabbia liscia come Copacabana e le mie braccia tese il ponte Niteròi. Mi piace farmi visitare, mostrare le mie attrazioni a chi dimostra di apprezzarle. Ma non avevo premeditato di rivelarmi ad una donna. Feliciana, collega di università (io insegno storia brasiliana e sono una specialista della storia della navigazione), una quarantenne distinta, alta, dal portamento aristocratico. Non sospettavo che mi ammirasse, che scrutasse le linee del mio corpo con desiderio. Era stato Valentim a farmelo capire, lui di queste cose ne sa anche più di me. Non so come, ma questa cosa mi aveva smosso dentro. Mi ero sentita sfidata su un campo sconosciuto e sentivo urgere il desiderio dell’esplorazione. Sarei stata il bandeirante di me stessa, affrontando a colpi di machete la selva ignota del desiderio. Non volevo commettere errori, né offendere Feliciana, né fraintendere la misura del suo desiderio, inesperta di quanto una donna potesse volere da un’altra donna, che io quello che vuole un uomo da me, posso dire di saperlo benissimo, anche più di lui. Ma lei ed io? Approfittai dell’occasione di una conferenza sulla navigazione atlantica nel XX secolo, a cui avremmo partecipato tutti quanti, per invitarla a cena, con la scusa che il mio intervento sarebbe terminato sul tardi. Sapevo che avrebbe accettato, tanto più che Feliciana non abitava in città e la compagnia e l’ospitalità di una collega non l’avrebbe disdegnata in nessun caso. Durante la conferenza mi accorsi di come punteggiava la conversazione di piccoli commenti sul mio lungo abito estivo, sui miei sandali (io ho dei piedi che sono due sculture), facendomi complimenti per il gioiello, o chiedendomi dove avevo comprato quel foulard che mi donava tanto al collo. Ed ogni commento era una scusa per sfiorarmi, con gesti di una delicatezza che li rendeva quasi impercettibili. Valentim aveva colto nel segno, il gran corruttore! Feliciana si stava dimostrando più espansiva e cordiale di quanto non si fosse mai dimostrata in facoltà e, quando la conferenza terminò, le confermai la mia intenzione di portarla a cena. Quando salimmo sul taxi la colsi in contropiede dicendo all’autista di portarci nel più costoso ristorante brasiliano di Milano, decisione alla quale Feliciana volle opporsi, dicendo che non poteva permettere che io la invitassi in un posto tanto caro. La zittii appoggiandole una mano sulla gamba, e le dissi: "Non ti devi preoccupare, questa è un’occasione speciale". Colta in contropiede dal mio gesto e dalle mie parole, Feliciana domandò: "ma Francesca, non pensavo ci fosse una qualche occasione..". "L’occasione qualche volta va creata, dico bene?!". E, sebbene tremassi un po’ per l’eccitazione del rischio, vidi che la mia risposta aveva fatto centro, e lo sguardo interrogativo di Feliciana si era trasformato in uno sguardo più luminoso, carico di aspettative, che io in cuor mio speravo di poter soddisfare. La tensione in quel taxi era una cosa reale, densa, e sentii di doverla rompere in qualche modo, ma temevo di sbagliare, di dire o fare qualcosa di troppo, e ripiegai su questa idea: "se preferisci possiamo ordinare qualcosa da portare a casa, vuoi?". I suoi occhi tremuli vibrarono e rispose di si con un cenno della testa. Io abbassai lo sguardo sul vestito di lei ed immaginai come dovesse essere sotto di esso, il suo doveva essere un corpo ancora ben fatto e snello. Quando discesi dal taxi ed entrai nel ristorante per l’ordine, lei mi seguì stando un passo indietro, e sentii come i suoi occhi mi stavano sollevando l’abito, tirando l’elastico delle mutandine, solleticando il seno. E io mi offrivo con piacere al suo sguardo. Comprammo salgadinhos, batata frita e birra Brahma. Quando arrivammo a casa mi gettai sul cibo, altra mia grande passione, per acquietare il languore che, strada facendo verso il mio appartamento, era aumentato fino a divenire un fuoco. Anche Feliciana dirottò la sua voglia sul cibo fragrante e robusto, come immaginai fosse il suo sesso, ed a quel pensiero mi accorsi di essermi eccitata profondamente e di fissarla come se fosse la portata successiva. Feliciana se ne accorse, come del mio veloce sviare lo sguardo. Si fece più sotto la tavola e mi toccò il ginocchio: "ti devo ringraziare davvero, è raro per me cenare con qualcuno, qui a Milano". "Anche per me, tante volte sai, non ringraziarmi". "Scherzi? Una bella ragazza giovane, come sei tu, chissà quanta compagnia deve avere..". "Non sempre quella che uno desidera, sai?", le sussurrai, e mentre lo dicevo, accarezzai la sua mano. Lei me la strinse forte, e per un attimo mi si fermò il cuore, io che con gli uomini avevo commesso quanto di più mirabolante, sentivo in me il senso di peccato. Ed era una cosa eccitante da morire. Feliciana mi guardava negli occhi ma non languidamente, era una pantera amazzonica adesso, ed io ambivo ad essere la sua preda. "Assaltami, Feliciana", mi sorpresi a dire, e lei non capì subito, ma la direzione della mia mano sul suo avambraccio le chiarì il senso della mia esclamazione. Ci alzammo e andammo nel salotto, dove ci trovammo ad essere una davanti all’altra, eccitate, turgide sotto, frementi come cavalle brade. Feliciana mi infilò le mani nella scollatura e prese a carezzarmi con le dita tremanti per l’eccitazione. Poi mi sbottonò l’abito, e ad ogni bottone che staccava, silenziosa e decisa, sentivo un tuffo al cuore e la mia figa ululare di desiderio, una caldaia in procinto di esplodere, spezzando in due la nave. Sentivo l’umore colare sulle gambe, ero bagnatissima e sconvolta da me stessa. Intanto Feliciana mi aveva tolto l’abito, e, in ginocchio, aveva preso a coprirmi di baci le gambe, mordicchiandole, talvolta, ed io non ressi più: crollai in ginocchio dinanzi a lei ed implorai che mi scopasse a morte, gridavo che non avevo mai provato nulla di simile e lei, compiaciuta ed estasiata dalla sua conquista inattesa (ma lo era poi, inattesa?), mi faceva scivolare le mani ovunque. Mi sentivo gagliarda, durissima, volevo donare tutti i miei fianchi ed il mio seno alla causa lesbica, godere senza ritegno. Ero tutta là, tutta sua, la donna per eccellenza, ero la femmina espansa. Mi sottrasse il tanga con un gesto rapido ed esperto e affondò il suo viso nella mia vulva assetata di carne, e compose con la sua bocca poemi di piacere nella mia natura bagnata. Quando si ritrasse avvertii un bisogno di crollare, ma lei ritornò a prendere possesso del clitoride con le dita e le labbra, senza darmi tregua, e partii non una, ma due, tre volte, soffocando guaiti disperati. Poi mi afferrò per i capelli, selvaggia, regina Tupi insolente che voleva riconosciuto il suo onore, e mi tuffò la faccia sulla sua fica prosperosa e grondante. Non avevo mai immaginato quanto fosse divino mordere quel frutto croccante, guaranà succoso il cui nettare mi scorreva sul volto, come quando da bambina mi sbrodolavo tutta mangiandolo. Volevo scoparla con la lingua, ero in preda ad una foga incontrollabile, mentre lei cercava ancora la mia mietitrice di uomini, artigliandola con le unghie. La mia fica riprese a scaldarsi ed a vibrare, eccola di nuovo, turbina inarrestabile e poderosa, a girare vorticosamente. Feliciana mi fece sdraiare, impedendomi di farla godere sulla mia faccia come anelavo. Iniziò a percorrermi con la lingua, tessendomi addosso un autentico e lussuoso pigiamino di saliva, eccomi, regina della notte detronizzata dalla sua bocca avida. Ero giunta al deliquio mentale quando si risollevò e con un gesto imperioso. Afferratemi le caviglie, mi spalancò le gambe e mi costrinse a girarmi su un fianco. Lei ormai, comandando la navigazione, si mise a cavalcioni sulla mia coscia, e la percorse fino a far scontrare le due prue roride di piacere. L’incontro fu un delirio di scintille, uno scontro immane, una collisione di navi nella notte, il suo viso di polena sulla caravella che conduceva manovre di piacere nel mio porto. Le mie gambe come le colonne d’Ercole oltre le quali si apriva il gorgo del piacere proibito. Disperata, giunsi a quello che mai avevo creduto possibile, un piacere devastante, fu il crollare dell’impero per vana cupidigia, lo schianto dello scafo nel momento del naufragio, l’oceano salato e furioso, poi l’orgasmo fu tale che quasi persi la nozione di me e diventai un groviglio solo, clamoroso, con la creatura che mi faceva questo. Il giorno dopo non avevo nemmeno la forza di strizzare il tubetto del dentifricio, esausta e consumata nella fibra, non avevo mai bruciato tanto di me stessa in un atto di piacere. Purtroppo Feliciana si trasferì poche settimane dopo in un’altra sede universitaria, per lei più comoda, e non la vedo più da un paio di anni, pur essendo rimaste in buoni rapporti. Tuttavia non so se avrei ripetuto ancora l’esperienza, preferivo che quella serata meravigliosa restasse un unicum, un racconto fantastico di marinai nella mia picara vita amorosa.....
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